Il moro

Titolo: Il moro
Organico: voce recitante flauto, violino, 1 percussionista, live electronics
Durata: 20’
Anno di composizione: 1994
Proprietà, editore: autore
Prima esecuzione: Castello della Manta, L’eco e lo specchio 1994, Danilo Bertazzi voce recitante
Ensemble Antidogma, Studio elettronico Antidogma
Altre indicazioni: parte dello spettacolo Aria di leggende: in Val Varaita. Performance multimediale su i testi di tre leggende del castello di Monta liberamente elaborate da Roberto Piumini

Sperando, signori belli e gentili: e non tanto voi, signori maschili, giacchè nessuno di voi, seppur gonfio di fair play, ama vedere la propria dama ballare, in una notte nera, con un uomo buio, come in una metafora hegelliana: sperando dunque, soprattutto per voi signore, che la leggenda sia vera, e abbiate stasera una danza misteriosa, bruna, con davanti due occhi chiarissimi, dolci e guaritori, fra braccia abituate al mare, e dunque ad amare, e che non solo, come si racconta, la cosa accada a febbraio (quanto alla luna piena, si potrebbe provvedere con una boccia d'avorio o un neon ato lampione): sperando vi piacciano prurito nel collo e scurissime dita, e abbracci gentili, di quelli che si narrano per tutta la vita dentro il proprio cuore, poiché assai breve è la notte dei vivi, e poi c'è quella triste di Catullo: "nox est perpetua una dormienda"... sperando lutto questo, lasciamo le dotte citazioni, e cominciamo in allegri e liberi versi a raccontare:
Venne qui fatto prigioniero, in un tempo antico, un giovane infedele (infedele al Verbo Cristiano, giacché ad ogni altra parola o persona, era fedele), moro di pelle, non dico nero, e come molti dei suoi grande esperto di erbe sanatorie, medicine: esperto, non dico mago, giacché subito è pronta, in malafede la diceria di stregone, maledetto, figlio di Satanasso, e altre scuse, s'intende, per appenderlo a un gancio, o sezionarlo, per vederlo all'interno, e così via.

Insomma era qual giovane sapiente, bello d'aspetto, attento di cervello, e paziente e, se permettete il breve gioco di parole, gentile.
Oh, se invece che qui, in quest'alta terra, lo avessero portato là a Torino, certo, io dico, e certamente contro la sua voglia, altri castelli, altri salotti avrebbe frequentato, e con che successo immaginate voi: ma ritorniamo alla storia. Qui nella Manta prigioniero, egli praticava la sua discreta e forte medicina: guariva ferite fatte da falci ai contadini, da spade ai soldati, frenava mestrui sfrenati, con unguenti calmava piccoli fracassi dei demoni minori, i cauti sfoghi del gran male che tutti ci minaccia, e si avvicina...

Sopra ogni altro, quel Moro, guariva i bambini: assorto li ascoltava nel lamento, senza poi paura li prendeva nelle grandi mani, e dava loro paziente i suoi medicamenti, le sue cure, e poi rideva con loro, dolcemente, sapendo quanto poco nei piccoli dura il ricordo del male. Ma (sapete che, se nasce un "ma" lungo una storia bella, inizia la paura), viveva nel castello, figlia del castellano, una ragazza che, anche senza necessità di rima, sarebbe stata bella, dolce e pura: del Moro s'innamorò, e lui di lei, e felici: ma nascostamente non essendo stolti, a causa delle leggi, dei costumi; perché secondo i molti, né lui a lei né lei a lui doveva dare sguardo, affetto o amore. E segreti, astutamente complici, di notte, s'incontravano e baci e inenarrabili carezze si narravano.

Ma (e cosa porti un "ma", voi lo sapete) una sera, inquieto il padre si svegliò, e vagando per il castello, sentì il mormorio che facevano baciandosi gli amanti, e li sorprende, e con tremende condanne li separa, e maledice: e prima del mattino spedisce lei in convento: quanto al Moro, così amato da tutti, non è ucciso, ma rinchiuso nella più alta torre del castello, a praticare.

Ma, rinchiuso lassù, nella sua mente è rinchiusa l'immagine perfetta e dolce di lei, ora in eterno resa amarissima dall'assenzio d'assenza, e così, svogliato di ogni fare, girava, girava come un airone senza ali nella gabbia rotonda e suoni folli di pianto, acuti e gravi, ogni musica che l'umana voce, soffrendo, sa gettare, gettava: e poi, all'improvviso, fatto muto, assoluto dalla certissima voglia di morire, senza dire, senza un tremore, scavalcò lo stretto davanzale e si gettò di sotto, assecondando, la forza che eternamente, madre e maestra, ci trascina. Così, ora, nelle notti imbiancate in luna piena, dicono che si senta a questi spalti: e ancora dice che prenda per le mani dame, lieve, nero, in un nero lievissimo mantello, e le faccia danzare lentamente a musiche di puro desiderio.

Ma questa poi, di certo, è voce maschile: giacché le vere donne, quelle dame che veramente con lui hanno danzato di notte, per sempre piene del suo mite passo splendentee del suo tocco che le avvolgeva, temendoche parlarne lo possa mandar via, tacciono tutto,complici di se stesse, dolcemente fiere: ricordandola sua infinita muta tenerezza, dolce e buia,la guarigione innamorata che accadde dentro loro,danzando con quel Moro, tacciono, sperando che ritorni.