La crava mangia l’muri

Titolo: La crava mangia l’muri
Organico: audio per CD. Elaborazione elettronica voci registrate negli anni ‘60
Durata: 5’54”
Anno di composizione: 1997
Proprietà, editore: autore
Prima esecuzione: Settembre musica 1997
Altre indicazioni: La crava mangia l’muri è stato usata nel video di identico titolo di Manuele Cecconello

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CD La crava mangia 'l muri Datum, Regione Piemonte, Settembre Musica 1997

Musiche in Mostra 1998

La crava mangia 'l muri (La capra mangia le more) è un canto popolare - raccolto il 27 maggio 1966 da Sergio Liberovici a Ponte Stura, in Piemonte - che presenta elementi fondamentali della tradizione popolare inanellati in un ciclo al fondo dei quale c'è l'uomo e, oltre l'uomo, la morte e, oltre la morte, il racconto di tutta la storia e il suo ricominciamento.

Non c'è nulla da spiegare, è tutto esplicito: i cicli sono quelli dei giorno e della notte, delle stagioni, di vita, morte e rinascita, del mondo che gira. La registrazione è una vecchia frusciante registrazione analogica non artefatta da pulizie digitali; anche le voci sono autentiche, di donne alessandrine nate tra il 1906 e il 1913, che al tempo della registrazione avevano circa sessant'anni. II trattamento elettronico (realizzato nello studio di e grazie ad Andrea Liberovici) è una semplice cornice che inquadra un frammento di tempo ciclico, dunque infinito, e lo estrania in una dissolvenza da e verso un puro suono scorporato dal significato del testo.

Il brano, inventato in ricordo di Sergio Liberovici, racconta, a modo suo, una vecchia storia perché solo così la storia può continuare (g. g.).

Il testo originale in dialetto piemontese:
La crava mangia'l muri,/ dindin e dindena. (Rit.) / Mostremi'n po'la crava. /La crava l'é nel bòsco. / Mostremi'n po'quel bòsco. /Al feu a l'ha brüsalo. / Mostremi'n po' quel feu. /L'acquai l'ha smortalo./ Mostremi'n po'quell'acqua. /Al beu a-i l'ha beivìla./ Mostremi'n po' quel beu. / 'l maslè ai l'ha massalo. / Mostremi 'n po' 'l maslè. / La mòrt a-i l'ha pialo. / Mostremi'n po'la morte. / La mòrte non si vede./ La storia a l'é finìa. /Tornoma a'ncominsela.

Traduzione:
La capra mangia le more,/ dindin e dindena (rit.) Mostratemi un po' la capra. / La capra è nel bosco, / Mostratemi un po' quel bosco. / Il fuoco l'ha bruciato. Mostratemi un po' quel fuoco. / L'acqua l'ha spento. / Mostratemi un po' quell'acqua/ Il bue se l'è bevuta/ Mostratemi un po' quel bue. / Il macellaio l'ha ammazzato. / Mostratemi un po' il macellaio/ La morte se l'é preso, / Mostratemi un po' la morte. / La morte non si vede. / La storia è finita/Torniamo a cominciarla.

(Non) Canzoncine e Litanie
Non c’è silenzio fuor che nella mente... Il silenzio è un’idea, l’idea fissa della musica...(Octavio Paz)

Affermare che il cinema di Manuele Cecconello sia prettamente visuale è una delle considerazioni più errate che si possa fare. Quello che sorprende invece è il modo in cui immagine e sonorità (attenzione: sonorità e non “musica”, quest’ultima sarebbe un termine troppo limitativo dal punto di vista dell’astrazione filmica) si coagulino perfettamente nelle opere del regista biellese.
Lo spettatore viene in un certo senso immerso in un mondo che sembra a sé, dove colori, istantanee di vita o semplicemente scorci di bosco o ferrovie si uniscono ad accordi minimali di pianoforti o a
concretismo puro.

È una delle prime sensazioni che mi ha fatto amare i cortometraggi di Cecconello, quella voglia di unire la sperimentazione sonora a quella visiva. Fin dall’introduzione si assiste ad un tipico esempio, un canto di mondine su schermo nero diventa qualcosa di sovrannaturale, grazie al trattamento del nastro magnetico (La crava ‘l mangi i muri, di Giuseppe Gavazza): il dualismo tra tradizione e elaborazione trova qui la massima espressione. Nel successivo Baccanal voci e rumori
di un carnevale diventano colonna sonora, ma il tutto si fa cupo e i pupazzi di cartapesta paiono orchi.

Un’altra costante dei corti di Cecconello è l’acqua. Acqua che appare sia sotto forma di immagine, sia sotto forma di “musica”. È il caso di Ma mère la mer nel quale le onde marine fanno da eco a suoni sintetici prodotti dall’incontro virtuale al computer di masse fisiche (Feldland
Gameland, sempre di Gavazza). Flutti, rigagnoli e torrenti ritornano anche in Canzoncina e in Litany; quest’ultima opera a mio parere la più sperimentale dal punto di vista sonoro. Insetti e canti d’uccelli sono la vera base uditiva, una microscopica colonna sonora per un microcosmo. Il compito del Für Alina di Arvo Part è quello di rendere più emozionale l’immaginario.

Il compositore ritorna anche nel colorato Spiegel im spiegel dove piccole vibrazioni rendono il tutto più delicato. In Dì soltanto una parola ed io sarò salvato, piccolo capolavoro dark, si contrappongono J. S. Bach e i Controlled Bleeding, interessante band noise-industrial di casa Staalplaat.

Industriale che si incrocia anche nel conclusivo Il carretto fantasma, nel quale la voce del critico Roberto Lasagna si schianta su clangori di fabbriche lontane e curiosi strarnazzi di anatre.
Non si sa mai cosa può nascere dai cortometraggi di Manuele Cecconello, l’unica cosa sicura sta nel fatto di trovarsi di fronte ad un’armonia, talvolta silenziosa, talvolta concreta e talvolta onirica.

Luca Sigurtà