Selva

Titolo: Selva
Organico: registrazione di voci umane e disumane
Durata: 45’-60’
Anno di composizione: 1999
Proprietà, editore: autore
Prima esecuzione: non eseguito né edito
Altre indicazioni: Registrazioni di letture dello stesso testo (attori e voci di sintesi)

Nei tardi anni ’90 nel supermercato multimediale delle edicole comparvero cassette audio in cui bravi attori leggevano poesie di grandi poeti italiani, molte delle quale erano ancora nella mia memoria come testi scritti e studiati. Una di queste in particolare divenne compagna e compagnia acustica, la voce che recitava i versi celebri era davvero, nell’ascolto ripetuto, musica. Purtroppo ben presto le pubblicazioni cessarono per lasciare il posto a molte banalità consuete.

Proprio partendo dalla memoria recuperata di quei versi e dalla sua nuova dimensione di canto interiore ho realizzato un calco acustico, scritto per assonanza e poi assestato con attenzione nel tentativo di dargli un senso rispettosamente lontano quanto possibile da quello dell’originale (rileggendolo mi ritrovo, fortunosamente, più vicino ad un clima salgariano che loepardesco)
Alcune registrazioni di questo testo, dette da voci umane e sintetiche, costituisce il ciclo di variazioni che porta il medesimo titolo: Selva.

GG, 2006

 

Selva


Selva, ripenso ancora
quel tempio, déi lontani, miti orientali;
qual civiltà spingea
quei fianchi tuoi violenti e ruggitivi,
che tu, mite ed ombrosa, nell'imitar
di gioventù esibivi?
Frusciavan sete e
danze; le vie d'intorno
al porporato manto,
d'allor nell'otre di fragranze immerse,
temevan sol le sferze
di quel nigro calor roventi e lievi.
Era saggio, amoroso ed insolente,
così veniale il giorno!
Molli stuoie, le giade,
calor di fango, la sudata corte,
odi al tempio d'un dio
che di man già spandea lame d'or torte;
d'insolazioni sempiterno orpello,
porci illorditi al phoen di quella foce,
che l'Allemann feroce
cheto correa con vaporosa tela.
Minaccia il ciel quel remo!
Vele già orzate, i morti,
a quindici già giunti e cinque intorte
lingue in mortal vindice
calco inghiottito in seno.
Chi pensava ai suoi avi,
disperando a déi mori in selva amica?
Quanto allor mi appariva
la vita immane, enfiata!
Quando s'inverna tracotante, estremo
e nel freddo non trema
l'acero scortecciato,
eternami al dolor, dormi, o natura
Chi ama pur chiama dura,
per chi non prega poi,
quel che tormenta il cor, quel che l'istinto
invano affida a noi.
Tubi nell'erba, rugginiti inferni
già chiusi, morti; quella muta cinta
che i rivi tiene in cella. E non le nevi
porteran l'acque poi
dolci nel Tchaeva ancora;
ma dove s'ode urlar la negra spuma,
orridi squarci d'infuriati estivi
che annegan le montagne, arditi emiri
aggiogavan l'amore.
S'anche ferìa quel giogo,
l'aspra danza m'addolce e gli anni miei
d'anche negre già infatua
la giovanetta! Alcova,
d'alcool pastata sei
e t'accompagnan, deleteria prova,
miele, lacrime e fiele.
Questo ferr tondo, questi
stiletti, lame d'orror gementi
onte che tinsero rubino il fiume,
qui stanno sorde nelle mani assenti.
Allappa, il vin, quel siero,
tumida lingua, bevi. E se con mano
di freddo amor tedio t'ignuda,
mostrati di lontano.

 

GG, Torino, 20 gennaio 1994