Sul fiume

Titolo: Sul fiume
Organico: recitante, flauto, clarinetto basso, corno, percussioni, violino, violoncello, sintetizzatore
Durata: 29'25''
Anno di composizione: 1995
Proprietà, editore: autore
Prima esecuzione: Castello della Manta,1995, Ensemble Antidogma, Paolo Ferrara, direttore; Roberto Piumini, recitante
Altre indicazioni: da un racconto di Roberto Piumini, ridotto ad uso recitazione da Giuseppe Gavazza

Sul fiume è la musica per un racconto di Roberto Piumini (da me ridotto per la trasposizione musicale) che parla di acqua e di tempo che scorre, di una vita trascorsa nell'attesa, di una bellezza femminile sfolgorante che sfiorisce, di una pazienza forse mal corrisposta e incompresa, di un uomo che parla ai pesci, di ritorni, di stagioni. Scritta per uno spettacolo estivo nel magico parco del castello della Manta la musica fa da commento e sfondo alle parole e attinge a due brani che amo molto e che hanno l'acqua al centro: Il lied Auf dem Strom di Franz Schubert e Wasserklavier per pianoforte di Luciano Berio.

Sul fiume
Riduzione di G.Gavazza del racconto
"Nemau che traghettava" di Roberto Piumini

I
Non lontano dal luogo d’ogni storia scorreva un fiume largo e lento, quieto allo sguardo ma non privo di turbolenze e segrete fosse di gorgo. Separava due territori, ai tempi in cui si accettava che un'acqua corrente facesse da confine, e il transito non costasse più del soldo dovuto ad un traghettatore. In un punto più stretto del fiume, guarda la nostra storia: punto di traghetto secondario, lontano dalle vie del traffico e del grande passaggio tra le regioni. Incerta tra voce acquatica e voce boschiva, la natura teneva tutte e due abbassate attorno al luogo del traghetto: suono e silenzio regnavano con pari grado, e in pace. Al limite del bosco, sulla sponda destra, una capanna di legno e colore antico. Nell'acqua, una chiatta: era il traghetto con cui Nemau, abitatore del luogo, trasportava da una sponda all'altra chi ne aveva bisogno.

II
In un giorno di primavera, poco prima di mezzogiorno, crebbe dal bosco un rumore di carrozza e di cavalli. Nemau pescava: nel quieto dell'acqua verdastra faceva cerchi golosi un pesce bruno. Una berlina ben rifinita, sbucò dall'ombra tirata con leggerezza da due eleganti morelli. Oscillando si fermò. Apparve una donna, e dietro di lei il cocchiere che portava una grossa borsa da viaggio. Camminarono verso la riva, mentre la donna si allargava con movimenti leggeri la sottana di velluto bruno, riflessi neri nelle pieghe e orli gialli alle maniche e al fondo. La stretta giubba era di tipo spagnolo, con ornamento a piccoli alamari attorno alle spalle. Se fosse stato esperto del mondo, Nemau avrebbe potuto dire che quella donna era tra le più belle; che la luce degli occhi, il sorriso e il volto, l'agilità graziosa e pacata del corpo, in lei, tanto distavano dalle qualità di una donna normalmente bella, quanto quelle di questa dalla più sfigurata delle donne.

Ma Nemau non era in grado di fare confronti: muto, si vide venire incontro quella bellezza come fosse un sole, e nel petto sentì una luce opprimente, assoluta. - Siete il traghettatore? - disse lei, gentile. - Si - fece lui quasi scusandosi, e indicò goffo, la panchetta semiverniciata, unica comodità di bordo. Raccogliendo la sottana con le mani lei balzò leggera sul legno, sedette con una giravolta elegante, e posò le mani aperte sulle ginocchia, in attesa. Nemau levò il cappio che tratteneva il legno alla sponda e cominciò a manovrare la pertica scura, una specie di remo che dava insieme spinta e direzione alla traversata.

La donna non guardava il traghettatore: era per lei una parte non acquatica, non vegetale del paesaggio. Lentamente spostava lo sguardo su entrambe le sponde, e nello sguardo bruciava un'attenzione tesa, ostinata. L'opera dell'attracco impegnò Nemau: la compì schivo, a testa bassa, senza rischiare lo sguardo della passeggera. Quando alzò gli occhi, una carrozza chiara, tirata da roani, stava uscendo dall'ombra; il cocchiere fermò i cavalli. La donna balzò a riva e allungò una moneta con la quale avrebbe potuto attraversare il fiume mezza dozzina di volte. Egli la prese, senza guardare. Si aprì lo sportello; un braccio si sporse verso di lei, che consegnò la borsa al cocchiere, raccolse con la sinistra la sottana, si appoggiò con la destra al braccio teso e salì con passo rampante. Poi lo sportello si chiuse. La vettura scivolò avanti, nell'ombra del bosco, più svelta l'immagine, a scomparire, che il quieto rumore delle ruote.

III
- Pesce, ti vedo; giri lento attorna all'esca, fra poco abboccherai ... Tu sei cibo per me, e questo inganno è necessario. - Anch'io ti vedo, Nemau, lassù nel vuoto asciutto in cui vivi. Sono in questa acqua da quando sono nato. Non ho mai risalito il fiume per più di cento dei tuoi passi, anche se so tutto delle sue sorgenti. E nemmeno sono sceso a valle più di cento passi, anche se ho l'idea del mare. E ti ho visto mentre pescavi altri pesci. - Mi hai visto pescare? E non hai abboccato? Non era dunque irresistibile la voglia dell'esca? - Oggi è irresistibile, Nemau e tra poco la inghiottirò.

Tu dici che l'inganno dell'esca è necessario, ma sbagli. La tua esca non inganna nessuno qui sotto. Come puoi pensare che ai nostri occhi, sfugga l'assurda immobilità del cibo, o quel filo buio che ne esce e porta su, verso l'abisso? E l'ombra della canna? E lo stesso movimento inquieto delle tue palpebre, non credi che per noi siano cose vistose? Oh, Nemau: basterebbe la linea orribilmente diritta del filo, così diversa dalle curve dell'ombra nell'acqua, per farci guizzare via, se non fosse il momento di abboccare... - Oggi, desideri forse morire?
- Bisogna avere l'idea della morte per desiderarla, e anche per temerla. Io ho solo l'idea dell'acqua, della sorgente e del mare. - La morte è quello che ti accadrà fra poco, pesce. Sentirai il ferro dell'amo nella bocca, e ti tirerò fuori dall'acqua e batterai la coda e ti fermerai per sempre nell'erba. - Forse saprò come sarà. Nemau. Saprò la sorgente e il mare... L'immenso e il punto solo: ma non pescherai la morte, Nemau, non ti nutrirai di lei.

IV
Segnato dalla bellezza, nel ritmo senza tocchi della vita fluviale, della pesca, della solitudine, Nemau giunse alla fine dell'estate: ad un mattino afoso, dalla luce sfatta e pesante, attraversata da uccelli dal volo impigrito. Rare libellule azzurro-verdi esploravano come pigre saette la pelle dell'acqua. Da una dozzina di giorni la chiatta era immobile a pascolare la riva. Faticò dunque un poco Nemau, a raccogliere l'immagine di qualcuno che agitava un fazzoletto rosso in un gesto vivace, unica cosa mossa nella quiete afosa della mattinata. Corse alla chiatta, levò l'ormeggio, e diede il primo colpo al remo. Si ripeteva quello che già sapeva: la donna era quella. Non ne staccava gli occhi, come se il peso dello sguardo potesse tenere la figura incollata al fondale del bosco, come se smettere di guardare potesse farla sparire.

A metà fiume vide il volto e lo riconobbe. Il vestito era giallo carico, simile a quello della prima volta, ma di linea più semplice e disadorna, il cappello era chiaro, la braccia scoperte e abbronzate. Sentì suonare nella mente la parola ´Bentornataª, e nel pensiero più volte la ripetè. Ma poi pensò che ad un traghetto non si torna, che non si torna ad un passaggio... - Buona giornata! - disse lei.
- A lei, signora, - rispose Nemau, incollato al remo come un galeotto. La donna si avvicinò con passo leggero e veloce, con il cappello che ondeggiava come cosa viva. Nemau si accorse che da quando l'aveva avvistata il caldo del giorno era sparito, come allontanato ai bordi di un presente cavo e fresco. Giunto al punto d'imbarco Nemau tirò la chiatta a riva e la tenne accostata; lei salì a bordo e sedette senza esitazioni. Egli manovrò staccando la chiatta dalla sponda. Pensò che lei era bella come la prima volta: ma sentiva, nel portamento di lei, e nella figura, un tono di minore allegria.

Gli occhi della donna gli sembravano in qualche misura meno accesi e fervidi, nello sguardo si apriva una breccia di vuoto e di ansia. L'entusiasmo, a tratti, si ammalava e indispettiva. Approdarono nel silenzio alla sponda destra. Una carrozza scura, senza cocchiere, aspettava nell'ombra. I bai impastoiati brucavano la corteccia di un albero. - Grazie, allora, - lei disse; allungò una moneta e si incamminò verso la carrozza, con la borsa dondolante al fianco. Nemau sentì il rumore della carrozza consumarsi brevemente, assorbito in fretta dalla quiete afosa del mezzogiorno. Guardò la moneta, che era abbondante ma non esagerata. Si accorse in quel momento che niente aveva mostrato che la donna ricordasse. Ebbe la sensazione netta, e ricca di un angoscia sottile, che lei avesse creduto, o finto, di passare di lì per la prima volta.

V
Passarono un mese e ventotto giorni. Nemau lo sapeva perchè aveva fatto quello che mai prima: contare i giorni, segnarli con una tacca su una trave. Altre cose faceva ora senza sapere: svegliarsi a un punto della notte, benchè nessun animale avesse fatto il suo richiamo o nessun albero agitato i rami. Lo svegliava la pulsazione stessa del silenzio, e lo faceva uscire e incamminarsi nella tenebra multiforme, guidato e chiamato dal fruscio del fiume. Oppure camminava avanti e indietro, o sedeva a guardare a lungo l'ombra mobile della corrente, le frange tremanti della luce lunare nell'acqua. Spesso si gettava a nuotare; misteriosamente, il suo corpo si sentiva più di prima adatto all'acqua; per tratti che fino ad allora lo avevano stremato nuotava scioltamente, e si provava in altri che prima considerava imprudenti. Nel sonno sognava di acque, ma non del fiume; sognava di essere acque. Nella solitudine, la figura della passeggera era presente come una vastità di paesaggio, estensione totale e sottile, tono luminoso dell'aria che circondava Nemau.

Quando lei tornò, egli non la riconobbe. Portava un vestito verde chiaro, semplice; una sacca di tela le pendeva dalla spalla, sulla testa portava un cappello floscio. A Nemau sembrò piccola e anziana: forse una delle pellegrine che passavano ogni tanto per quella via. Ancora prima che la donna si voltasse, lui riconobbe il corpo e i capelli: e quando lei mostrò il viso fu preso da stupore. Gli zigomi sporgevano, e la linea della mascella lottava contro la leggerezza degli occhi e della bocca, rubando dolcezza al volto intero. La bellezza sembrava precaria, appena vittoriosa su consunzione e malanno: era grave di fatica e di pena. - Siete il traghettatore? - lei chiese, lentamente. - Si. Siete arrivata sola? - chiese Nemau distogliendo lo sguardo. - Sola? - lei disse, guardando oltre il fiume. - Mi aspettano di là. - Andiamo. - E per la terza volta egli la portò. Lei osservava come sempre le due sponde del fiume; sembrava dover riconoscere, su una o sull'altra, qualcosa di importante e difficile, in un punto o un'immagine da ritrovare.

Il cielo si era coperto in fretta. Quando la chiatta toccò la sponda, il fiume aveva perso ogni luce, e sotto il cielo fosco la foresta si innervosiva, sibilando. La riva era deserta, la donna rovistò nella sacca. - Il prezzo della traversata, per favore. - Tre soldi.
Pescò le monete e gliele consegnò.
- Mi permetta di non lasciarla qui ad aspettare sola, - disse lui d'un solo fiato. - Preparerò un riparo di rami, minaccia di piovere. Aspetterò che la vengano a prendere. - Non occorre - disse lei, quieta, - presto non sarò più qui. Lei è gentile. Io non temo la pioggia. Può tornare. La ringrazio. Nemau non aggiunse altro e trascinò la chiatta contro corrente, mentre il vento gli gonfiava sulla schiena la camicia. Si voltò a guardare; lei era sulla riva con le mani unite sul ventre. Il cappello marrone fluttuava al vento.

La sacca deformava il corpo sottile, sembrando da lontano una gobba, un ventre sbilenco. Vedeva la figura verde della donna sovrapporsi allo sfondo del bosco come una macchia fraterna, sempre più difficile da distinguere. Si guardò attorno, e in quell'istante comiciò a piovere, senza che il vento calasse. Gocce disperse e dure volavano sghembe, colpendogli il corpo come piccoli ciotoli freddi. Tornò ancora con lo sguardo alla donna sulla sponda, ma non c'era più; pensò che l'averla persa per quell'istante rendesse difficile ritrovarne la sagoma sullo sfondo delle piante, ma non la vide. Corse verso la strada: se una carrozza era arrivata doveva aver svoltato al coperto degli alberi. Il vento cessò all'improvviso, l'acqua si fece violenta, verticale. Nemau non vide segni di ruote o cavalli. Sulla strada già scura d'acque trovò segni che potevano essere di qualsiasi cosa; ruote, zampe, animali, piedi, niente. La pioggia mescolava la superficie del terreno in fanghiglia opaca, e colava addosso a Nemau come un pianto. Si voltò e gridò: la chiatta ruotava su se stessa, scivolando verso la corrente più rapida.

Tornò correndo, si gettò nell'acqua, nuotò scomposto gridando e piangendo, si aggrappò al legno come un naufrago, e si graffiò nel salire: il remo premuto e sbandato dalla corrente, gli schiacciò il fianco. Completamente bagnato, traversò il fiume quasi alla cieca, verso la capanna. A metà traversata, indifferente a lui, la pioggia calò di colpo, e prima dell'approdo smise del tutto. Non cadeva più acqua e non tirava vento. Nemau legò la chiatta; grondava come un albero, e quel suono sordo della gola gli si era di nuovo chiuso dentro, aveva preso forma e peso di dolore. Tremando in silenzio entrò nella capanna.

VI
- Pesce, come puoi abboccare alla mia esca tranquillamente? Non vorresti restare nell'acqua? - Nemau, sai come vive il pesce? Un'immensa forza continua lo trascina. Il pesce vive controcorrente, per non allontanarsi dal luogo della vita. Se vuole scendere un po' smette di salire, cede per un attimo alla grande forza del fiume, si lascia trascinare: ma poi si mette in punta, e nuota, per restare. Se io volessi resistere alla voglia dell'esca, Nemau, non avrei da faticare: mi metterei leggermente di fianco e il fiume mi allontanerebbe, mi salverebbe. Perchè per restare qui ad abboccare, per restare qui a cedere io devo nuotare controcorrente: come potrei oppormi anche al desiderio dell'esca? Io nuoto continuamente per restare nel mio istante e questa voglia di abboccare è la stessa delle altre volte, quando ti guardavo. Si resiste al passato o al futuro, Nemau, ma non al presente. Quando abboccherò a questa esca che mi piace tanto, e mi tirerai fuori dalla mia acqua faticosa, ti stupirai, se smetterò di nuotare? Oh si, Nemau, restare vivo nel leggero tempo dell'aria, sciogliermi vivo nella terra quieta, sarà di così poca fatica...

VII
Le pioggie continuavano. Per più settimane nessuno si presentò a traghettare. Nemau non segnava più i giorni con tacche sulla trave. Nel fiume, risalivano branchi di pesci argentati che nel resto dell'anno vivevano altrove: meno prudenti dei pesci locali, permettevano di essere catturati senza fatica, procurando cibo per parecchi giorni. Il timido immenso branco dei pesci, non impoverito dalla caccia, non sentiva la poca vita che il traghettatore gli graffiava ai fianchi. A Nemau, invece, la vita colava come sangue ferito. Muto nella capanna, sotto l'urto lungo della malattia solitaria, aspettava, come poteva, la buona stagione.

A maggio lei tornò; non dalla parte sinistra, come Nemau aveva atteso. Arrivò sulla sponda destra, verso mezzogiorno, come la prima volta. Proprio come allora Nemau era seduto a pescare; nel quieto dell'acqua faceva cerchi un pesce bruno. Accanto a lui un altro pesce, già preso, spiava con l'occhio immobile la vuota vastità del cielo. Arrivò a piedi. Sulla spalla destra le pendeva la bisaccia. Non era più bella, o lo era per la forza restante di una bellezza stancata, allontanata. Il vestito mostrava segni di usura, e il cappello era passato ad una opaca tinta nocciola. - Buongiorno, è lei il traghettatore?
Nemau con movimenti ampi tolse la lenza dall'acqua e posò la canna sull'erba. - Bentornata, - disse quietamente. Lei spense il sorriso, e corrugò la fronte. - Bentornata, perchè?
- E' la quarta volta che passa il fiume, - lui rispose. Ancora lo sguardo della donna gli passò oltre. - La quarta volta che passo il fiume, - lei disse come ripetendo la frase per capirne il senso. - Il fiume è... Si interruppe.
- Quanto costa il traghetto? Non ho molto denaro... - L'aspettano, sull'altra sponda?
- Non lì... Ho del cammino da fare. Poi c'è qualcuno. - Ha sete? Ha camminato molto e nel bosco non c'è acqua, lo so. Lei alzò le dita alle labbra, come se la sete si potesse toccare. - Si, grazie, - disse.
Nemau andò nella capanna e tornò con una ciotola. La donna, a sorsate lunghe e lente, la vuotò. - Non costa niente il passaggio, - egli disse. - Ora andiamo. Lei salì con un passo lungo, addolorato, sulla chiatta. - Lei è gentile, - disse. - Avevo una sete fortissima, e non ci pensavo. E adesso, mi porta di là... Alzò gli occhi sulle mani di lui, chiuse attorno al remo. - E ci passerà ancora? - lui chiese.
- Non so, - disse, e dopo una pausa breve aggiunse. - Da che parte del fiume si è felici?

Lui la guardava muto. Lei sentì il peso di quel silenzio e dello sguardo, e alzò la faccia. - Da che parte del fiume si è felici? - disse ancora, più decisamente. Piegandosi sul remo, lui disse: - Vuole parole, o risposte? Allora la donna guardò la sponda destra, il bosco che aveva attraversato, il prato, la brocca che ora sembrava un sasso chiaro in riva al fiume. E guardò la sponda sinistra, con l'albero dei fiori bianchi, il sentiero, il paletto scuro dell'approdo e la foresta illuminata dal sole. - Da che parte? - Aveva gli occhi dilatati, la faccia tremante; lacrime involontarie, feroci e abbondanti le correvano sulle guance.

Allora Nemau smise di remare. La chiatta sbandò leggermente, ruotò, si assestò su una linea di corsa senza scosse. La donna levò le mani di sotto il corpo e le appoggiò al ventre. La chiatta andava silenziosamente. L'albero dai fiori bianchi non si vedeva più. La capanna si confondeva alla vasta ombra degli alberi. Con una mano lei tolse il cappello e con l'altra una ciocca che il vento le premeva sul volto. Anche attorno alla testa di Nemau i capelli e la barba facevano turbine; lui teneva le mani a cintura sulle ginocchia, e la guardava. E lei lo guardò, ne vide la dolcezza.

(Torino, maggio 1995)